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Quella del monaco è una condizione ontologica e una prospettiva esistenziale



Ho letto con interesse questo articolo di Enzo Bianchi: "Ma il chiostro è attraente?" pubblicato su Avvenire del 16 maggio.
Una voce piuttosto maliziosa si è insinuata nella mia mente mentre leggevo, dicendomi: "Il chiostro sarebbe molto più attraente se i cattolici, e e le religioni in genere, non caricassero sulle spalle dell'esperienza monastica pesi che non le competono!"
Nella visone comune, qui in occidente, il monaco è colui che risiede dietro delle mura e vive il proprio percorso esistenziale nella comunione con i fratelli, nell'accoglienza delle persone che hanno una domanda interiore, nella fedeltà alla pratica della castità, della povertà, dell'obbedienza.
La voce maliziosa in me punta il dito sulla "via alla castità"; non ha invece problemi con la via alla povertà e all'obbedienza, dove quest'ultima non va tanto intesa come obbedienza a qualcuno, ma come esperienza dell'obbedire.
Dirò molto semplicemente quel che penso in merito alla "via alla castità": penso che sia un sfida esistenziale per alcuni, interna al loro cammino di conoscenza e di trasformazione e che non abbia nessuna correlazione con la vocazione del "monaco" che esiste in ogni essere umano. Penso che l'associare la "via alla castità" al monachesimo sia un gesto improprio perché il monachesimo è universale, la via alla castità è un tracciato particolare e personale.
A scanso di equivoci: considero la castità come il punto di approdo di un lungo cammino esistenziale, il frutto che matura nella stagione giusta.
Porci il fine della castità significa solo che esistenzialmente abbiamo un problema con quella sfera: l'esperienza della sessualità conduce per sua natura alla castità, così come l'esperienza del limite conduce al non-limite, perché dunque darsi un obbiettivo il cui conseguimento è nella natura del vivere?
Chi si dà un simile obbiettivo?
Una coscienza che non ha compreso la natura della sessualità fino in fondo e quindi deve maturare delle comprensioni in quella sfera?
O una identità che si misura con qualcosa di più grande di lei attraverso l'esercizio della volontà che, se il sentire non è pronto per quella esperienza, è solo una prova d'orgoglio?
Secondo il punto di vista di chi scrive esiste un monachesimo universale, una natura umana protesa alla realizzazione dell'unificazione interiore nella piena responsabilità personale e nella solitudine del cammino esistenziale, dove per solitudine non si intende che si va da soli, ma che nessun altro può fare il cammino che è nostro.
Ogni persona vive questo processo, consapevole o inconsapevole che sia; ogni persona è "monaco in sé".
Il vivere le esperienze, la trasformazione del sentire di coscienza e dell'identità che ne consegue, conduce la persona al superamento dei propri bisogni e dell'identificazione con questi: la via spirituale non conduce solo alla castità, conduce anche al superamento dell'intellettualismo e del misticismo, crea condizioni interiori radicalmente nuove e molto lontane dall'immaginario comune.
Su questo procedere, che è naturale e appartiene al vivere, è necessario che l'umano si dia obbiettivi, fedeltà da conseguire, integrità da raggiungere?
Dal punto di vista di chi scrive, tutto viene a suo tempo: quando il sentire è maturo ogni cosa è semplice e non richiede sforzo; l'unico obbiettivo plausibile è il "conosci te stesso" ma anche questo si presenta quando il sentire è pronto, non prima.
Il monaco che è in ciascuno di noi non ha bisogno di vie alla trascendenza di sé, ha bisogno di fare i conti con la propria natura e nella profondità di questa trovare quell'unificazione a cui tutto il vivere l'ha condotto..

Immagine da: http://goo.gl/rWn0Hz

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