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Scene da un copione doloroso già vissuto: l'aggressività che oscura la visione e trasforma l'altro in un nemico


Ieri sera, durante l'edizione serale del TG3, ho vissuto un incubo: per tre interminabili minuti ho rivisto scene della mia giovinezza e della vita politica tra la fine degli anni sessanta e l'inizio dei settanta.
Ho rivisto il sacro furore di chi si crede nel giusto e considera gli altri al soldo del male.
Ancora adesso che scrivo quella aggressività mi fa male; voi direte che reagisco così perché rispecchia la mia aggressività e mi riporta a dei modi che sono stati miei, ma vi sbagliate.
Ciò che mi colpisce, che mi fa male, è l'aggressività che, con la sua carica emotiva, con le sue certezze e presunzioni, acceca lo sguardo e trasforma l'altro in un bersaglio, nel nemico, in colui che non è degno di rispetto perché, secondo noi, è il colpevole.
Provo un dolore simile, non uguale, quando vedo certi film di Alberto Sordi, o Carlo Verdone, che caratterizzano così bene alcune disposizioni del carattere degli italiani.
Cosa dunque mi colpisce? La lontananza da sé. L'aggressività della scena vista ieri sera, l'opportunismo e il cinismo di certi personaggi di Sordi, appaiono a me come testimonianze vivide dall'alienazione da sé e mi sorge l'istinto di proteggermi e di allontanarmi da tutto ciò.

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