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Piero della Francesca: la contemplazione dell'accadere


Inizia a collaborare con noi Giovanna, storica dell'arte; avviamo un percorso teso ad allenare lo sguardo sul messaggio simbolico ed esistenziale che ogni opera autentica porta in sé.

Cominciare a parlare di Arte con Piero della Francesca non è semplice. Mettersi davanti ad un quadro lasciandosi scomparire neppure. Accetto questa sfida come occasione che accade.
Fino ad oggi sono sempre stata chiamata a mettermi davanti ad un quadro tenendo ben presente tutto ciò che c’è dentro di me e tutto ciò che c’è attorno all’opera. In una lettura di tipo classico la dimensione temporale, spaziale e critica deve prevalere su tutto. Ciò che tu sai, ciò che l’opera dice per via dell’autore, della data, della commissione, etc.

Spogliarsi, lasciare che l’opera fluisca, guardare, attendere, contemplare. Una nuova dimensione, un ribaltamento della prospettiva. Stare davanti alla creazione come si sta davanti al creato. Nudi. Liberi.
Vorrei proporre letture semplici, comprensibili, partendo dal presupposto che l’arte stia di fronte a ciascuno allo stesso modo, se togliamo tutto ciò che c’è dentro noi e tutto ciò che c’è prima e dopo l’opera siamo tutti uguali nel contemplare, ciò che fluisce non è la storia, ma ciò che rimane nell’opera al di là di essa. I nostri occhi non sono uguali, certo, questo lo sappiamo, ma il guardare che attraverso noi si manifesta sì. Da qui proviamo a partire.

Veniamo alla nostra prima opera. La flagellazione di Pietro della Francesca, un’opera importante, che ancora fa discutere i critici sul piano dell’interpretazione, che nasce in pieno 400, in un contesto storico preciso. Ciò che fino ad ora ci hanno detto di questo quadro, in estrema sintesi, è che ritrae un momento della vita di Cristo e lo fa con una rappresentazione che mette in primo piano l’uso della prospettiva, appena codificata. Piero fa un utilizzo saggio e dettagliato dello spazio prospettico e del richiamo alla cultura classica greca, in cui inserisce una rappresentazione storica appartenente ad altra epoca. Piero della Francesca fa due scelte precise, ancora avvolte nel mistero. Porta la scena principale in secondo piano, quasi astraendola e porta al contrario in primo piano tre figure che discutono tra loro e la cui identificazione ha impegnato, e impegna tutt’ora, critici e storici dell’arte. Chi sono i tre uomini che dialogano tra loro? A cosa alludono? A noi non importa ora. Le interpretazioni date fin qui, più o meno affascinanti e plausibili, appartengono ad un tipo di lettura storicistica che in questa sede non ci riguarda.

Guardiamo il quadro allora. La scena è quanto di più drammatico narrino le sacre scritture, la flagellazione di Cristo, eppure tutto sembra immobile, la passione diventa trascendente. Astratta. A me sembra addirittura che regni silenzio, i personaggi non hanno relazione ma sono immortalati ognuno nell'istante che accade. L’emotività è come estranea, il momento scorre e i personaggi partecipano all'accadere. Per questo poco importa dove si svolge la scena, l’intento è di coglierne l’essenza, non c’è realismo storico, non è necessario. La dimensione della passione va al di là del suo accadere, è una sorta di rappresentazione mentale. O di rappresentazione tout court. E la scena che dovrebbe “attualizzare” l’opera, i tre personaggi sulla destra, sembra un dialogo tra sordi, o meglio tra ciechi. Ogni personaggio guarda in un punto diverso, come se fosse lì ma per se stesso, indipendentemente dal resto e quindi dagli interlocutori. C’è anche un quarto personaggio a sinistra, seduto e anch'esso presente e assente all'accadere. Ognuno partecipa alla passione da solo, la contempla in assenza.  
Questo mi sembra il cardine del quadro, l’essere presente ad un dramma e viverlo come accadimento. Nell'ineluttabilità della vita che si compie.

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