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Un grumo d'odio che non evolve. La lettera di Peres/Rivlin al popolo israeliano


Da giorni ascolto e osservo basito quello che accade tra Israele e i palestinesi.
Da entrambe le parti i gesti e le parole di odio hanno coperto la ragione e la speranza.
Non voglio analizzare la questione politicamente, ma esistenzialmente.
La scena che è sotto gli occhi nostri e di tutto il mondo parla simbolicamente in modo eloquente:
l'ingiustizia genera odio; l'odio genera odio.
Lo sapevamo? Certo! Lo abbiamo compreso? No. Vi ricordo i toni dell'ultima campagna per le elezioni europee..
Il simbolo israelo-palestinese parla anche di un'altra evidenza: le situazioni umane (personali o sociali che siano) si risolvono solo se attraverso le esperienze si giunge ad una comprensione, se il proprio punto di vista matura, se le situazioni di palese ingiustizia vengono sanate.
L'odio evolve se coloro che lo provano conoscono, divengono consapevoli, comprendono.
Quella parte del mondo sembra divenuta l'emblema dell'odio che non evolve, di generazioni di umani che hanno bisogno di misurarsi con quella esperienza ma da essa non riescono a trarre il dovuto insegnamento.
Il simbolo è grande e potente per tutti noi e di noi parla, del nostro interiore e dunque ci riguarda in modo diretto e primario.
Il testo intero della lettera di Peres/Rivlin.
La situazione nell'analisi di Limes/Lucio Caracciolo

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