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Il linguaggio didascalico e la trasmissione dell'essenziale



Giorni fa, mentre scrivevo questo post, mi si è ripresentata un'esperienza, una consapevolezza di un dato della realtà che ciclicamente torna: ciò di cui parlo quotidianamente solo pallidamente rappresenta ciò che potrebbe essere espresso, comunicato.
Quello che mi trovo a dire è quasi sempre non ciò che è alla mia percezione e comprensione, ma ciò che può essere inteso dal mio interlocutore.
La realtà dell'essere senza condizionamento è incomunicabile? No, può essere comunicata ma può risultare inaccessibile se non accade nell'ambiente adatto e con i protagonisti adatti.
Chi scrive di cose esistenziali e spirituali a partire dalla propria esperienza, e non facendo affidamento sull'esperienza di altri o sulla letteratura del settore, credo abbia senza rimedio il problema di trovare un punto di equilibrio tra lo sperimentato e i suoi linguaggi, il comunicabile all'altro e i codici necessari per farlo.
La prima volta che lessi Bussho, uno dei testi fondamentali del buddismo zen scritto da Dogen nel 1200, mi trovai a casa: quel linguaggio parlava del sentire al sentire, ma era molto lontano dal linguaggio corrente, era decodificabile solo al sentire, pane duro per la mente. Se avessi cercato di leggere Bussho con la mente, nulla avrei compreso e invece quel testo ha segnato tutta la mia vita e la incide ancora oggi sebbene io non lo legga più da tempo.
Perché noi teniamo un intensivo ogni due mesi, perché siamo strutturati come comunità, perché parliamo di un nuovo e universale monachesimo?
Perché solo in un ambiente intimo, in una condivisione profonda, nella comunione dei sentire un gesto, una situazione, una parola possono svelare e portare alla luce mondi altrimenti velati dall'ordinario e dalla mente.
Quando chi partecipa lascia crescere in sé il seme della gratuità, allora c'è un travaso continuo di sentire tra tutti coloro che in quel momento niente altro fanno e sono se non l'essenziale che accade.
Liberi dal dover o poter comunicare, dal farsi intendere, si assiste ad una esperienza eclatante:
le parole, i gesti, le situazioni, il respiro tutto narra l'essere, tutto lo testimonia, tutto è l'essere e a tutti è accessibile, simultaneamente comunicato e sentito, inequivocabilmente affermato..
Questo è possibile quando i partecipanti hanno scelto quel livello di esperienza, ad esso hanno dedicato tempo e risorse e, infine, in esso si sono abbandonati perché li conducesse dove era opportuno per loro.
Nella comunicazione feriale, quotidiana - non è un problema di web o di non web- mentre siamo presi da molte incombenze, questo è più difficile anche se, comunque, possibile.
Perché parliamo dell'archetipo del monaco? Perché è la figura simbolica che dice: "In quel sentire puoi risiedere con continuità se lasci che la prima e ultima delle tue vocazioni ti scavi come un tarlo!"
Essere disposti a lasciarsi divorare dall'essenziale.

Immagine di Roberto D'E.

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