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Robin Williams, la depressione, il suicidio


Due articoli: Non c'è nulla di egoista nel suicidio, Che la morte di Robin Williams possa cambiare il nostro approccio alla depressione.
Entrambi parlano della depressione come malattia mentale; da entrambi emerge, con drammatica evidenza, che gli autori non hanno la minima idea di quale sia il significato del malessere, fisico o psicologico, che si manifesta in una persona ad un certo punto del proprio cammino esistenziale.
Temo che se non impariamo a leggere le manifestazioni dell'umano: comportamentali, fisiche, psicologiche, spirituali in un'ottica esistenziale, non avremo mai strumenti di lettura, di interpretazione, di risoluzione di quelle manifestazioni.
Se impariamo a guardare ad una vita come ad un processo esistenziale e non come ad un caso, ad un accidente, o al frutto della volontà e dell'impegno, o alla conseguenza della indolenza e della pavidità, allora possiamo cominciare a vedere che ogni processo ha un suo inizio, un suo svolgimento, un suo epilogo.
Possiamo vedere i mille segnali con cui Robin Williams si è confrontato nei suoi sette decenni di vita: segnali grandi e segnali piccoli, tutti parlavano del non conosciuto di sé, del rimosso, del fuggito, del guardato male, del non compreso.
Tutti i segnali si sono ripresentati innumerevoli volte affinché Robin potesse lavorarli nella loro genesi e nella loro struttura, nel condizionamento sul proprio quotidiano, nella loro portata esistenziale.
Per ragioni che non sappiamo, i suoi tentativi, sicuramente tanti e reiterati, non l'hanno condotto a trovare letture chiare di sé e cambiamenti di sostanza nel proprio atteggiamento esistenziale: le non-risposte hanno condotto a situazioni esistenziali sempre più aggrovigliate ed infine al buio che chiamiamo depressione e all'epilogo della resa.
Il cantiere esistenziale che Robin non ha portato a termine l'attende al prossimo appuntamento: ogni vita, quando finisce, lascia qualcosa di incompleto, non nel fare, nel sentire, nel compreso.
Ogni vita è processo-del-comprendere, fino ad un certo punto giunge, da un certo punto riprende.
A noi rimane una constatazione: l'umano non sa leggere i simboli della vita che parlano attraverso il proprio corpo ammalato, la propria mente turbata, il proprio spirito disorientato.
Le persone credono che il corpo si ammali; che la propria psiche si ammali; che il proprio spirito si ammali.
Quell'ammaliarsi è considerato un accidente, un qualcosa che accade e di cui non si sa, tanto meno si porta una responsabilità esistenziale di esso (1).
Le persone credono cose insane e quel crederle non le aiuta ad affrontare ciò che nelle proprie vite bussa attraverso il simbolo del sintomo che altro non è se non la manifestazione nel corpo, nella mente, nell'insieme della persona di qualcosa che non si è compreso e che bussa per essere affrontato, conosciuto, compreso.
Quella che noi chiamiamo malattia è la nostra più grande possibilità: la "malattia" ha avuto una genesi, innumerevoli volte il simbolo è comparso in altre vesti ma noi non l'abbiamo né visto, né ascoltato; infine esso giunge come squilibrio non eludibile di una parte o dell'insieme, allora siamo costretti a vederlo, ma non abbiamo strumenti per interpretarlo.
Questa è la nostra tragedia: non abbiamo strumenti per leggere i simboli che parlano attraverso il nostro corpo, la nostra psiche, la nostra coscienza.
Ci fidiamo delle risposte di una medicina che nulla sa dell'insieme-chiamato-persona: ciechi, ci facciamo guidare da ciechi.
La soluzione non è difficile: imparare a leggere ogni fatto del quotidiano, del corpo, dell'interiore come simbolo della relazione e dei processi che intercorrono tra coscienza ed identità. Sapere che la vita è continuo processo di conoscenza e di comprensione dove la trasformazione dei punti di vista, degli atteggiamenti, delle relazioni non conosce sosta.
Molta letteratura esiste in merito, molte esperienze acquisite possono essere di aiuto: non siamo all'anno zero.

Immagine da: http://v.gd/OnCiGd

(1) So che qualche lettore si agiterà: non sto parlando di malattia come colpa, sto dicendo che qualla che noi conosciamo come malattia è la risultante di un processo esistenziale generato dai ripetuti tentativi di comprensione da parte della coscienza e non correttamente interpretati dall'identità.
Sto dicendo che la malattia si genera nel conflitto tra coscienza ed identità.

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