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La fine della religione: abbandonare la casa, affrontare la vita accettando di non avere certezze


Scrivo con in mente alcune persone a me care provenienti, per formazione e cultura, dalla tradizione cristiana.
La religione, la grande casa, il luogo dove si sono formati alcuni alfabeti del cammino interiore, ad un certo punto non ci parla più, la sua lingua è divenuta per noi muta.
Inizia allora una transizione dai tempi e dalle modalità incerte che, a volte, mantiene sospese le persone tra il vecchio e il nuovo senza che una scelta, una disposizione si affermi sull'altra.
Che cosa tiene le persone in quella terra di mezzo? Il timore di perdere e, con esso, il timore di non essere.
L'appartenenza religiosa è, spesso, anche questione identitaria: forse dovrei dire che sempre è questione identitaria, essendo l'appartenenza frutto dell'identità e non del sentire; le fondamenta della interpretazione di sé sono dunque in discussione nella terra di mezzo e su questo snodo interiore si può rimanere bloccati a lungo.
Come uscire di casa?
Sviluppando la consapevolezza della propria dipendenza, del proprio timore di perdere, del proprio deficit di fiducia.
Dipendenza da un mondo interiore ed esteriore che ci conferisce senso di esserci, definizione di noi, dell'altro, del processo del vivere.
Timore di perdere l'interpretazione, la visione consolidata, il conosciuto.
Deficit di fede/fiducia: a noi sembra di perdere un mondo e lo slancio ad osare, a buttarsi nella braccia della vita, non riesce a crescere nel nostro intimo.
Vedere tutto questo, aiuta.
Sapere che il nuovo appare quando il vecchio scompare, aiuta.
Accettare di osare l'assenza del conosciuto e del certo, consapevoli che un grande limite è la tiepidezza, aiuta.

Immagine da: http://is.gd/6tfd2S

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