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Il dissesto del territorio, i limiti dello stato e quelli nostri


Vorrei collegare tra loro due fatti apparentemente lontani:
- il dramma di coloro che subiscono le condizioni del dissesto del territorio e si trovano la casa, il negozio, l'azienda distrutti e che, spesso, dicono di aver segnalato alle autorità il problema senza che queste provvedessero in modo adeguato.
- Il dramma di quelle donne vittime di violenze che, stanche della loro condizione , si sono recate alla locale stazione dei carabinieri e si sono sentite dire che nessun intervento era possibile.
Potrei accostare altri fatti: i maltrattamenti nelle caserme, la solitudine di quelle famiglie che hanno in casa famigliari con disturbi psichici, le persone con malattie rare che richiedono l'assunzione di farmaci costosi, i malati di SLA.
Tutti questi fatti svelano il volto di uno stato, di una organizzazione e sensibilità statuali, arretrata, rozza, approssimativa, incline al sopruso più che all'ascolto e al servizio.
Dicendo questo credo di aprire una porta aperta; là, dove la porta non è aperta, è nella considerazione che segue: questo stato è lo specchio di noi, dell'insieme di noi.
Abbiamo la forma statuale che ci siamo voluti permettere e che rispecchia il senso del bene comune che ci permettiamo di coltivare.
Va riformato lo stato? Radicalmente, ma la via non è di fare ancora grovigli di leggi; la via è cambiare l'interiore di chi lo fa funzionare, di chi lo fruisce, di chi lo alimenta, di chi lo compone.
La via è la scoperta del "noi".

Immagine da: http://www.greenreport.it/?p=31268


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