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Portare a termine gli impegni presi: la dignità dei piccoli gesti


Quante volte lasciamo qualcosa a metà? Un lavoro, un impegno, un processo: distogliamo la nostra attenzione e, nei fatti, lasciamo che altri concludano ciò che noi abbiamo iniziato, ciò che spettava a noi.
Se la consegna non è chiara e imperativa, ci prendiamo la libertà di interpretarla a nostro modo, a nostro comodo.
I piatti da lavare; la cucina da spazzare; la sistemazione di un ambiente dopo che c'è stata gente; il riporre gli attrezzi dopo il lavoro; il pulire l'officina lasciando dietro di sé un ordine, il segno di una cura voluta, perseguita, attuata senza sforzo, semplicemente perché andava fatto: per gli altri, per l'ambiente, per sé.
Quando chiudiamo una porta, cosa lasciamo dietro di noi?
Quando l'altro verrà, che cosa troverà, cosa gli avremo lasciato?
Non voglio lasciargli i cascami della mia attenzione.
Ciò che inizio, porto a termine, a meno che non sia più utile concluderlo assieme.
Ciò che accade ci interpella e ci compete, questo è il primo movimento che dovrebbe sorgere nel nostro interiore; solo in seconda istanza dovremmo valutare una nostra astensione.
Quando il nostro agire, pensare, intendere è dignitoso? Quando non è oscurato dalla pigrizia, dall'approssimazione, da un fondamentale egoismo che mette al centro noi e rende periferico l'altro.
Definirei la dignità la capacità di vivere i processi nella chiarezza consapevole dell'intenzione, del pensiero, della volontà.

Immagine da http://is.gd/1ngRLv


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