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Se ascoltiamo il sentire che sorge nella coscienza, ogni giorno costruiamo vicinanza


Le nostre vite parlano per noi. La solitudine, il senso di isolamento e di separazione, il continuo prendere le distanze dall'altro, il rimuginio di rabbie, frustrazioni, vittimismi, tutto questo è generato nelle nostre menti,
nelle nostre piccole identità: celle con sbarre robuste e senza finestre, costruite con dedizione quotidiana da noi stessi.
Dirò una cosa molto cattiva: ognuno vive dove tutti i giorni, a tutte le ore, sceglie di vivere.
Quell'ambiente interiore viene costruito, mattone su mattone, aderendo a ciò che un'identità precaria e ferita recita: privi come siamo della capacità di vederci, di dire "basta", "non voglio ancora questo!", continuiamo ad alimentare il dolore in noi e a spargerlo attorno.
Se si esce dalla cella che si è costruita, le relazioni, i rapporti, il lavoro, il vivere quotidiano sono momenti, opportunità di creare vicinanza, collaborazione, amicizia, simpatia, fraternità.
Possiamo attraversare le nostre città chiusi nelle nostre celle e accerchiati da estranei, o possiamo uscire dalle celle ed osservare, cercare di capire e di comprendere, compiere gesti di apertura, muoverci non condizionati dalla paura, seppur vigili nel discernimento.
Dipende da noi, solo da noi: se siamo stanchi abbastanza di quello che siamo, cercheremo le chiavi della cella.

Immagine da http://goo.gl/WMkOgf
 

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