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Vogliamo essere accolti, ma accogliamo?


E' desiderio comune essere accolti. Spesso le nostre vite, per decenni, ruotano attorno alla questione: viviamo le relazioni con l'intimo condizionamento della morsa accettazione/rifiuto.
Non c'è dubbio che la persona che vive il problema dell'accoglienza è la prima che non si accoglie: sempre imputiamo agli altri ciò che riguarda essenzialmente noi.
Il primo passo dunque da fare è il divenire consapevoli dei mille rifiuti di noi operati da noi stessi, quel non sentirsi mai adeguati al modello astratto e irreale che consciamente, o inconsciamente, abbiamo costruito.
Il secondo passo è comprendere che il nostro limite, che sempre c'è, non è una sciagura ma la principale delle nostre possibilità, perché è attraverso di esso che ci conosciamo, diveniamo consapevoli, cambiamo, comprendiamo.
Il terzo passo è vedere il giudizio incessante sull'altro che in noi sorge senza sosta: il non accolto in noi, diviene il non accolto nell'altro.
Il quarto passo è rappresentato dalla disconnessione: vedere il giudizio e lasciarlo andare; tornare alla realtà dei fatti: noi siamo limitati, gli altri sono limitati, vivere è affrontare e superare il limite per quel che è possibile a ciascuno.
Il quinto passo è coltivare la disposizione ad accettare e ad accogliere: aprire gli occhi sull'altro da sé e considerare che, come noi, sta facendo il proprio cammino; possiamo, dobbiamo accogliere la modalità che porta.
Accogliamo la modalità nostra; accogliamo la modalità dell'altro e così finisce il nostro penare.

Immagine da http://goo.gl/UEz1dG

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