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I limiti del nostro sentire generano la paralisi



Concludevo il post di ieri dicendo che basterebbero alcune "semplici cose" per avviare un processo di cambiamento.
So che la questione dei migranti è complessa; so anche che ogni situazione complessa è un puzzle e per dirimerla bisogna affrontare tessera dopo tessera e questo non sarebbe complesso.
Osservo la qualità della politica nazionale, di quella europea, di quella globale e resto interdetto: niente respiro ampio, contingenza, interesse, calcolo. Come risultato, un fondamentale cinismo.
La più semplice delle cose da fare, da parte di coloro che hanno una sensibilità e una comprensione dei problemi, sarebbe di far sentire la loro voce, di organizzarsi, di divenire opinione, movimento, forza che condiziona e che genera una nuova possibilità, nuove logiche, nuove rappresentanze politiche.
Costoro dovrebbero passare dalla condizione personale e solitaria a quella pubblica e comunitaria, ma sembra impossibile.
Sembra che siamo in una condizione pre-politica, sembra che il "noi" non sia sorto in una parte importante della popolazione.
Sembriamo monadi chiuse dentro scatole cinesi.
Abbiamo un potere, quello di costituirci comunità che vuole, che può e non lo usiamo perché non abbiamo un sentire che lo possa sostenere.
La risultante è questa barbarie, queste solitudini, questi drammi che si consumano nel silenzio dei più che pensano a difendersi invece che a cambiare sé e tutto attorno a sé.
Torneremo a reinventare e a far risorgere la politica? Certamente, dopo molto dolore nostro e altrui, nell'intimo maturerà la consapevolezza e la comprensione che solo nell'essere comunità si trova la soluzione.


 Immagine da http://goo.gl/ST5A7Z

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